Giorno dopo giorno

 

 

Han gustato le mie granitiche spremute *loading* amici
Sogno di vivere in un posto così: di svegliarmi all'alba dall'infrangersi delle onde sulle rocce, di raccogliere la mia verdurina nell'orto, e di riaddormentarmi cullata ancora dal mare.
(Grazie a Giufo per la gentile concessione della foto!)
videando
La Corte dei Limoni
...tuffatevi tra il verde e il giallo e gustatene l'asprezza...
lunedì, 21 gennaio 2008, 10:12




...tra santi e fate turchine



È Carnevale da qualche giorno, precisamente dal 17 gennaio data in cui  tradizionalmente inizia il periodo più "allegro" dell'anno e giorno che il calendario dedica a Sant'Antonio Abate (santo dai tanti carismi, che c'ha avuto a che fare con fuoco,  animali, monachesimo; per saperne di più cliccate sulla santa icona e wikipedia provvederà a colmare le vostre lacune). Carnevale inizia e finisce nel fuoco o meglio, nella fòcara (e cliccate pure su "focara", senza paura di bruciarvi, per avere idea di cosa si fa nel mio sud pur di far festa!).


"Sarai la più bella della festa" - mi ripeteva mamma mentre mi infilava in testa un parruccone con treccione celesti. - "Sarai la maschera più bella" - e mi gonfiava la veste di raso, pizzo e crinolina. - "Vincerai il premio al veglioncino"... " E chi se ne frega" le avrei urlato in faccia se "chi se ne frega" fosse rientrato nel mio gergo di bimba di tre anni. Manifestavo invece il mio inascoltato disappunto  limitandomi a far scorrere due lacrimoni perfettamente paralleli alle trecce celesti e a sbattere la bacchetta magica nella speranza che funzionasse ("E CHE CAVOLO! *che nel gergo di bimba era "accipicchia"*, alla Fata Turchina di Pinocchio riesce sempre la magia, perché a me no?")


Quest'anno avremo un carnevale corto-corto. Striminzito, infeltrito, concentrato in pochissimi giorni, va vissuto in fretta perché volerà via e, arrivederci e grazie, sarà già quaresima. Svelti, tiriamo fuori dai nostri bauli  abiti colorati, parrucche, coriandoli e... maschere. Oggi indosserò la maschera dello STUPORE: simulerò sbigottimento davanti alle notizie del tg ("ma come? I politici raccomandano i primari? Chi l'avrebbe mai detto? La spazzatura è un affare di mafia? Ma dai? etc. etc"). Domani sarà la volta della FACCIATOSTA e na approfitterò per chiamare mamma e dirle che quel vestito da Fata Turchina mi faceva schifo e volevo il vestito da cow boy di mio fratello per poter scorazzare comodamente invece di starmene ingessata in crinolina. E giacché chiederò a mamma di spedirmi la mia bacchetta magica; chissà se dopo quasi 35 anni finalmente avrà deciso si funzionare! A cosa vorrò essere dopodomani ci pensererò. Il mio baule è stracolmo di facce da indossare: venite  a servirvi, rimestate, cercate e prendete pure, ma fate in svelta che il tempo stringe.

spremuto da Rudiae· alle ore 10:12; permalink · commenti (66)

martedì, 08 gennaio 2008, 16:18

 In bilico







Entro in chiesa per l'Epifania, festa comandata. La chiesa del mio paesello è decisamente grande per le esigenze della frazioncina di 150 anime e tradisce le originarie e più riguardevoli dimensioni del borgo. Sbircio velocemente intorno attraversando la navata di destra per recarmi al banco  "di sempre"; è tutto a posto: le colonne, le tele, gli affreschi, gli altari barocchi, San Giovanni... Antonietta sfoglia il libricino del rosario, 'u Totu te la 'Cchina  trascina i suoi novanta'anni su due stampelle in cerca di un posto e Dante intona gli accordi sulla tastiera della pianola.


Ho memoria di Dante e la sua tastiera fin da quando ero bambina. Lo considero un elemento strutturale della mia chiesetta, almeno quanto le colonne. Suona, canta con voce tenorile e credo abbia più di ottant'anni da sempre, un po' come il personaggio senza età di una fiaba. Accompagna le funzioni con accordi armonici cercati a memoria tra tasti bianchi e neri usando solo tre dita per mano.


 Dal mio banco riesco a spiare i suoi movimenti. Pollici, indici e medi saltano da un fa a un si bemolle con la sapienza dell'esperienza mentre gli anulari e i mignoli scompaiono; falangi, falangine e falangette che si chiudono ad anello fino a sparire.


 Mi scosto e riesco ad intravedere lo "spartito": strani segni che non sono note, crocette, pallini e cerchietti compongono un linguaggio musicale tutto personale. Mi scosto ancora un po' nel tentativo di capirne di più, ma proprio non riesco ad entrare nella logica di quei segni che per me diventano magia. Mi scosto e mi ritrovo sull'orlo del banco in bilico tra la possibilità di recuperare il giusto spazio per le mie terga e la figuraccia di finire per terra... in bilico senza possibilità di equilibrio, come un uovo.







(Proprio l'altra sera al Caffé Leopardi sorseggiando una cioccolata calda mi perdevo tra le tele  di  Daniele Minosi, novello Caravaggio che dipinge la luce con maestria, e mi  interrogavo sull'equilibrio delle uova).


Chiudo qui, lasciandovi il dubbio sulle mie capicità funamboliche...


Chiudo e vado a stendere una pomata sulle chiappe, che sebben "pandorate" (leggi: "cicciotte" a causa di uso smodato di dolci natalizi) han risentito dell'urto. Hops! Ho svelato l'arcano.


 

spremuto da Rudiae· alle ore 16:18; permalink · commenti (70)

martedì, 18 dicembre 2007, 15:25

Di là.




Fa freddo. Freddo vero, di quello che si avverte con le ossa e con il cuore; freddo che scava fibre e tessuti, che secca la pelle a l'anima. Il bianco si tramuta in grigio. Sfumano i contorni di tutto e il cielo non c'è più.







Un tempo amavo le rare giornate di pioggia che mi costringevano a casa.




En ce temps là je dormais dans un petit

lit, dans un coin, et j'observais cet ami, veuf qui

partageait son existence avec moi.

Quelquefois dans le crépuscule la monotonie, mais

j'étais douce, je me pliais à ce que je supposais etre l'ordre

de l'univers Il ouvrait les fenetres pour laisser entrer un peu d'air et

quand il nelgeait, le vent soufflait la neige, et tous les deux assis on attendait

que l'hiver continue



(
Fleur Jaeggy)







Un tempo mi incantavo al cader della pioggia, al sentore del suo profumo sprigionato dall'asfalto fumante. Fantasticavo guardando le sue lacrime che si inseguivano sui vetri, che si inglobavano in gocce enormi che andavano a formare rigagnoli sui davanzali. Sognavo ad occhi aperti sulla mia immagine riflessa su vetri appannati dal mio respiro.




Il vento gonfiava le mie vesti

di veramente stabile erano le mie scarpe nere

alle caviglie ortopediche.

Un tempo passavo ore in palestra

continuai a inseguirla per inerzia.

La vidi stagliarsi tra alberi e cielo

e dopo un piccolo volo

camminare monca e rapida

avrete anche voi visto

camminare le aquile.



(Fleur Jaeggy)




Oggi desidero il calore che è di là. Mi costringo all'oscurità di tapparelle abbassate su vetri bagnati; mi impongo un "risparmio energetico" che non tollero. Il fuoco arde nell'altra stanza e sprigiona il calore di cui ho bisogno.




Mi basterebbe varcare una soglia...




...per ritrovare il sole.




 

spremuto da Rudiae· alle ore 15:25; permalink · commenti (40)

lunedì, 10 dicembre 2007, 11:55

In principio era il Verbo


...si, più o meno sarà cominciata per tutti così.




Poi arrivò improvvisamente la fine del XIX secolo...




e a partire da quegli anni lì Antonio e Domenica generarono: Giovanna, Giuseppe, Antonio, Pietro (mio nonno paterno, il più piccolo nella foto), Domenica ed Emanuele (che nella foto non ci sono perché erano ancora anime vaganti in attesa di collocazione).







Pietro incontrò Grazia e a partire dalla seconda metà degli anni 30 generarono: Cosima, Antonio (il secondo da sinistra alias il mio papà), Luigi, Giovanni.




 







Nel frattempo, a pochi chilomentri di distanza, Vito e Vincenza generavano: Maria, Antonia, Abbondanza, Paolo, Anna (la mia mamma, la bambina con il vestitino con le maniche a sbuffo) e Giuseppina.







Anna crebbe in salute e diventò una splendida donna (quella in piedi!)







e chissà perché e chissà per come il destino decise di farle incontrare l'uomo della sua vita: Antonio.







I due decisero presto (dopo un paio d'anni di castigatissimo fidanzamento) di convolare a nozze







e a partire dalla seconda metà degli anni '60 generarono: Loredana, Gabriella e Pietro.







(mia sorella nel duro compito di sorella maggiore)







(io in un altro duro compito; vi garantisco che qui sono uguale ad oggi!)







(io con la mia nonna materna che da lì a poco ridiventò anima vagante)







(io nell'ennesimo duro compito)







(io con ambizioni da velina)







(io e mio fratello... il quale verso la fine del XX secolo convolò a giuste nozze con Lara e insieme generarono la splendida creatura qui sotto, Emanuele).









Bene, oggi mi andava così: un tuffo nel passato strettamente familiare, un viaggio a ritroso tra vecchie foto. Vedere mio nonno bambino della stessa età di mio nipote ad un secolo esatto di distanza rende il senso delle cose. 




 E giacché mi sto facendo gli affaracci miei, mando una bacione a mamma per il suo compleanno e uno a mia sorella per il suo onomastico... (forse la ricerca di vecchie foto è stata un'occasione per cancellare la distanza e sentirmi più vicina a loro).







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martedì, 20 novembre 2007, 10:56



Sembrano passati secoli:

alle prime gocce d'acqua, preludio di un raro temporale estivo, tutti fuori di corsa a mettere al riparo i "taraletti". Le campagne d'estate erano distese infinite di piante verdi a volte giganti; i cortili e le strade  ospitavano i telai per l'essiccazione naturale (i taraletti appunto)... e si correva imprecando contro il mal tempo che poteva compromettere un'intera stagione, si correva a tirar su pesanti teli di plastica o a trasportare i telai in luoghi coperti.






Queste scene le ricordo perché negli anni settanta (e  molti prima anche, ma io ho memoria del tempo della mia infanzia!) l'economia salentina ruotava intorno all'agricoltura e non v'era paese del leccese dove in estate non si coltivasse tabacco. Ho nel naso l'odore di quelle grandi foglie enfatizzato dalla pioggia e ho nelle orecchie il suono di arcaici termini che non si usano più  (cuceddhe, 'nzerte, pupoli, ruddhe) così come non si usa più fare quella coltura e il mestiere del contadino.



Il tabacco oggi viene essiccato in tutt'altra maniera, il sole del Salento oramai non serve .





Il torrido sole di luglio e d'agosto oggi è utilissimo  per l'abbronzatura; l'economia salentina finalmente ruota anche intorno al turismo e l'antica masseria dove nel 1889 nacque mio nonno materno ora ospita convegni, concerti e mostre.


Il sole estivo coccola i turisti e... matura  le olive;  per questa funzione è ancora insostituibile.




 Le corpulente donne salentine erano le "fimmene fimmene" del canto popolare: canto che denunciava sfruttamento e caporalato. Si intonava in campagna per alleviare la fatica; oggi lo ascoltiamo nelle varie interpretazioni e in diversi arrangiamenti alla Notte della Taranta



No, le olive non si raccolgono più così.



In campagna ormai udiamo solo i rumori di motori a scoppio di attrezzature moderne che sostituiscono la manodopera. Un bene, un gran bene, perché le nipoti e le pronipoti di quelle donne accovacciate, oggi sono in tutt'altre faccende affaccendate. Non soffrono dei malanni imposti dalla fatica e  curano difetti di postura "da scrivania" andando in palestra...










...e soprattutto non somigliano agli ulivi (o erano gli ulivi che finivano con il somigliare alle donne?!)

spremuto da Rudiae· alle ore 10:56; permalink · commenti (67)

domenica, 04 novembre 2007, 19:28

 


La ciotola della felicità



...e sentivo l'odore già dal cortile, quell'odore di buono che si mischiava a quello più violento dello sterco delle vacche. L'odore del latte fresco appena munto e bollito... e correvamo io e gli altri perché volevamo accaparrarci chi la panna chi il primo sorso di latte chi una cucchiaiata di ricotta calda. Ma la vera prelibatezza era quasi sempre  in dispensa: una ciotola di ricotta amalgamata con lo zucchero e spolverata di cannella.


Aprivo la porticina che stipava una nicchia scavata nella morbida pietra leccese con emozione e rispetto, nella speranza di non essere delusa. Nel ripiano inferiore il "limbo" lucidissimo colmo di fragrante pane, più su le conserve più disparate (sott'olii, sottaceti, marmellate...) e, se ero fortunata, la ciotola della felicità!


In quella stessa casa dove si consumava questo rituale di bambina pochi giorni all'anno, i giorni delle vacanze, altri rituali si svolgevano nel quotidiano all'insegna di una dominante femminile datata prima metà del novecento.


 Uno dei pochi che ho fatto mio è quello del dolce di famiglia.


"Làvati le mani per benino; prendi mezzo chilo di farina e versalo a fontana sullo spianatoio. Aggiungici tre etti di zucchero, tre uova intere, 125 grammi di burro mordido e una bustina di lievito. Impasta il tutto pensando alle cose più  belle, impasta e sorridi fino ad ottenere un composto mordido ma consistente che farai riposare riparato da un canovaccio. Intanto in una ciotola amalgama mezzo chilo di ricotta con quanto zucchero ti pare (deciderai al momento quanto dolcezza vorrai dare alla tua torta) e con due chiare d'uovo montate a neve. Prendi poi la pasta che hai lavorato e dividila in due parti uguali. Stendine una metà con il mattarello (sii sempre tenera , usa delicatezza) e fodera (fondo e bordi) una pirofila precedentemente imburrata. Riempi di ricotta dolce, inseriscici pavesini imbevuti in anice e ciuffetti di nutella, e ricopri il tutto con la restante pasta. Spennella con la chiara d'uovo e polverizza con un po' di zucchero semolato. Metti in forno a 200° e cuoci per 20 minuti... e nel frattempo non ti distrarre, pregusta la bontà sentendo il profumo che vien fuori dal forno, preparati alla perfetta letizia che ti pervaderà quando lo assaggerai."


E così succede che ogni qualvolta sento il bisogno di donare parte di me a chi mi sta a cuore, vado  in cucina ad impastare pensando a quelle corse di bambina...

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giovedì, 25 ottobre 2007, 17:44

MI PERDO







Il fuoco scoppietta nel camino e scintille dorate s’incanalano e vanno a perdersi per sempre chissà dove…



-Due diritti, un rovescio, un’accavallata semplice e un gettato….-



“devo assolutamente ricordarmi di non tendere troppo il filo”



-accavallare le tre maglie seguenti con quelle sospese sul ferro…-



“se m’impegno in una settimanella potrei finire…”



-lavorare sul rovescio del lavoro tutte le maglie come si presentano…-



“…e magari viene anche carino ‘sto maglioncino!”



 -lavorare a diritto le prime tre maglie di margine…-



“sarà un piacere indossarlo col freddo che fa”



-riprendere il lavoro e continuare fino all’asterisco…-



“…il colore mi ricorda quello di un vecchio cappotto bouclé; era di nonna se non mi sbaglio”

-terminare con le tre maglie a diritto per il margine…-



“si, si… nonna che quando lo indossava  improvvisamente sembrava diventare una gran signora”



-a trenta cm dal bordo inferiore incrociare due maglie per i tre ferri successivi…-



“…e come s’intonavano i suoi capelli grigio-blu cotonati e laccati! Capelli immobili, che diventavano scultura e sfidavano tutte le leggi di natura”



-proseguire per cinque cm…-



“E i bottoni di quel cappotto! Erano grossi, non saprei proprio di che materia fossero fatti: sembravano minuscole torte con spirali di panna montata.”



-verificare la profondità dello scafo…-



“Chissà se poi quei bottoni sono andati a finire nella scatola dei bottoni, antico barattolo che fu originariamente contenitore per caffè?”



-proseguire come da schema…-



“C’erano stampati sulla latta  animali della giungla…



mi piaceva più di tutti una giraffa buffissima; il collo era lungo quanto tutto il barattolo…e mi divertivo a svuotarlo per terra quel barattolo e ad ammucchiare i vari bottoni a seconda del colore o della misura… quelli più belli erano quasi sempre pezzi unici.”



-Avviare a tubolare 70 maglie…-



“Che schifo!” -urlava zia- “rimetti a posto quei bottoni che mi vien da vomitare a guardarti”



-proseguire a maglia rasata per trenta cm…-



“Uffa! Ma che aspettano ad inventare i telefonini e internet e la play-station così magari invece di fantasticare con i bottoni chatto con le amiche o creo un blog”



-Diritto, rovescio, diritto……….-



spremuto da Rudiae· alle ore 17:44; permalink · commenti (128)

mercoledì, 03 ottobre 2007, 00:35

Parenti generosi




È notte: una notte tiepida d'autunno avvolta da un silenzio assoluto. Sfoglio le pagine di un libro delizioso ("La casina, la casa, le cose" di Alda Bruno) scelto in libreria la scorsa estate a caso, guidata dalla solita passione per la letteratura siciliana. È la saga di una antica famiglia isolana raccontata attraverso storie quotidiane e ritratti di personaggi pregni di umorismo. Sfoglio, leggo, sorrido e mi proietto in un'altra dimensione non meno piacevole e soprattutto non meno umoristica. 


Ho delle zie fantastiche: sanno da sempre di Olio of Olaz (la loro cura quotidiana di bellezza) e di varechina. Sono odori che si mescolano e che sprigionano freschezza. Sfiorarle con un bacio sulla guancia è come fare un tuffo nel passato di più di trent'anni. Ecco: loro hanno il profumo delle mie vacanze d'infanzia, che sanno anche di latte appena munto fatto bollire "finché non fa la panna" e di ricotta fresca amalgamata con zucchero e cannella... e di rosari sgranati alla velocita della luce: Ave Maria che si susseguono al galoppo senza incepparsi intercalate da un Pater ogni dieci "pallini"... misteri gloriosi, gaudiosi, misericordiosi... un trionfo di preghiere, con un tripudio finale di Ora pro Nobis a tutti i santi e tutto rigorosamente a memoria, magari sferruzzando pure, ché la maglia vien più bella se si prega.







Sentire religioso semplice quello delle mie zie, ancorato ad antichi insegnamenti e farcito di credenze popolari...e soprattutto legato al culto dei morti. E si, perché le dolci ziette  tengono molto anche a quella che sarà la loro eterna dimora e han deciso di costruirsi la tanto agognata cappella funeraria (con malcelato disappunto di qualche affezionato nipote che vede così diminuire la fetta di una ipotetica eredità). Ma le zie serafiche e felici per la novella preziosa costruzione ci han detto di star tranquilli, ché nell'eterna dimora ci sarà un posto per tutti. Wow!




spremuto da Rudiae· alle ore 00:35; permalink · commenti (99)

domenica, 02 settembre 2007, 11:29
Di partenze e di vernacolo






Sono partita, in direzione nord stavolta, la direzione del rientro dalle vacanze, la direzione dell'abbandono della mia terra. Contenti vero? Così la smetterò di raccontare di Salento, di mare cristallino, di cucina sublime, di pizzica, di cene con i parenti...




Son partita da tre giorni ormai, tre giorni eterni in cui non ho fatto altro che disfare le valigie e sistemare casa (la mia casa ha la strana propensione a sporcarsi da chiusa: quando mi assento per una mesata la polvere e le ragnatele diventano padroni indiscussi e al rientro mi tocca far capire loro chi comanda a suon di ramazza e mocio).




Ora che mi sento di nuovo la regina del mio territorio, tra i mobili che profumano di Pronto e i pavimenti che emanano dolci note di mughetto, ora che l'abbronzatura comincia  a sgretolarsi con la mia pelle, ora che  già un temporale con grandinata ha rimesso ordine in un'estate che volgeva al termine con ancora 40°...  ora è l'ora di far i conti con Settembre che da sempre è tempo di buoni propositi.



Primo in ordine di necessità: la dieta, ma la comincerò quando avrò esaurito le scorte di cibo che mi son portata appresso (mozzarelle, ricotta, pane, pasticciotti, friselle, taralli,  sott'olii vari...).




Secondo: controlli medici vari (ci vuole una messa a punto da cima a fondo... si comincia da domani).




Terzo: ultimare le letture cominciate e tuffarmi anima e corpo alla scoperta della poesia di un autore magliese secondo me un po' trascurato.



Ho estorto a mio zio Giovanni due libri:



"Oppressione e resistenza nei proverbi li lavoro salentini"



e


"Cronache e Paràbbule"



entrambi di Nicola G. De Donno.




Il Prof. Nicola De Donno era il preside della mia scuola. Un uomo di profonda cultura e un esempio di integrità e semplicità. Un burbero in apparenza, ma solo perché il ruolo lo richiedeva.  Una di quelle figure che nella vita  ti sfiorano e di cui percepisci la grandezza da subito, ma che scopri in profondità solo dopo, nel tempo, proprio quando il tempo sublima la loro esistenza.




Ecco, voglio dedicarmi a lui in questo settembre; un modo modestissimo per ringraziarlo per ciò che ci ha lasciato e per approfondire la conoscenza della cultura del mio paese.




Per la dieta c'è tempo... (E poi perché? Le due cose non son mica incompatibili...! Peccato, non ho scuse...!)





*grazie di cuore a zio Giovanni, amico e collega dell'autore in questione, che ha avuto il "coraggio" di prestarmi la copia autografata del libro di poesie da cui è tratto ciò che segue (la scelta è stata quasi obbligata: Morigino è il mio paesello!)



SAN GIUVANNI DE MURÌCINU



Lu ventiquattru ggiugnu tutti l'anni

am paru cu ll'amici, bbelli rummi,

ne scîne coppe coppe a ssan Giuvanni,

pe vvera diuzzione de culummi.




Stu primu fruttu, quantu cchiùi ne ncummi,

poi durmire tranquillu, nu nc'è ddanni:

màssimu do' ttre ure, e poi lu scrummi,

e tutt'al più te càriane li sanni.






Murìcinu: ttre case e nnu lampiune,

e ccu nnu san Giuvanni esaggeratu,

nutu, cu dda lanata de muntune.






Nu Santu cusì ggrande a cquai è mminatu:

ca cce oi sse troa de vera tantazziune

a ccampagna, cce nc'ete de peccatu?




Il ventiquattro giugno tutti gli anni, / insieme con gli amici, bei tomi, / ce ne andavamo lemme lemme a San Giovanni, / per vera devozione dei fioroni. / Questo primo frutto, quanto più te ne accumoli, / puoi dormire tranquillo, non ci sono danni: / massimo due tre ore, e poi lo evacui, / e tutt'al più ti si cariano i denti. Morigino: tre case e un lampione, / e con un San Giovanni esagerato, / nudo, con quella lanata di montone. / Un Santo così grande qui è sprecato: / perché che vuoi che si trovi di vera tentazione / in campagna, quanto c'è di peccato?

spremuto da Rudiae· alle ore 11:29; permalink · commenti (65)

venerdì, 24 agosto 2007, 16:58

 



"Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d'un dado."

[Vittorio Bodini]






Con questo tamburello rosa, con questi bambini d'altri tempi, con questi versi di Bodini, voglio prepararmi alla "Notte della Taranta" e al suo vero significato.


Voglio ancora immergermi nel mio sud (ah se Bodini potesse respirarlo ancora! Finalmente così diverso dal suo, finalmente vivo come forse l'avrebbe voluto)



Ballati tutti quanti ballati forte

Ca la taranta è viva,

ca la taranta è viva,

ca la taranta è viva e nun è morta

spremuto da Rudiae· alle ore 16:58; permalink · commenti (56)

Blogger: Rudiae
...tuffatevi tra il verde e il giallo...e gustatene l'asprezza! "Corte dei Limoni" posto incantevole, dove mi cullo tra profumi intensi e mutevoli al cambiar delle stagioni, tra colori vivi di sud, tra silenzi infiniti...è un giardino reale che si è tramutato oggi in luogo virtuale dove spero di sentirmi in sintonia con chi vorrà passarci e lasciare una traccia di sè...senza rompere...I LIMONI!

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...mentre tutto scorre
…Quando un giorno da un malchiuso portone tra gli alberi di una corte ci si mostrano i gialli dei limoni; e il gelo del cuore si sfa, e in petto ci scrosciano le loro canzoni le trombe d’oro della solarità. (E. Montale)
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Se sbircio oltre i cespugli, mi accorgo che...
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