"Òi proi l'ua?"

Corro e corro sudata all'inverosimile sotto questo sole di settembre che segna le 7.30 appena. Aria di scirocco, ché noi salentini di venti ne sappiamo, quasi fossimo tutti marinai. È la prima domanda che ci poniamo appena svegli la mattina: "oggi che vento tira?".
A dirla tutta oggi non si muove foglia. Ma è aria di sud, aria di Africa che è qui dietro l'angolo.

Corro e corro tra le viuzze delle campagne limitrofe al mio paesello. "Li Marti" poi "L'Angileddhi"...si susseguono le proprietà che conservano antiche denominazioni, frammentate e delimitate da muri a secco.

Corro e corro e in lontananza si delinea la figura de "lu Totu te la CChina": piegato ad angolo retto su due bastoni, si avvicina alla pergola, poggia il bastone destro al muretto e raccoglie un grappolo nero facendosi sostenere dalla stessa pianta.

Corro e corro e gli passo davanti..."Òi proi l'ua?" mi chiede con la sua vocina centenaria (quanti anni hai Totu? cento, duecento, mille? Ti ricordo da sempre [e il mio "sempre" batte quasi i 39] così: uno scheletro piegato in due, sorretto da bastoni, baffuto e "'ncoppulato" anche ad agosto).
"No grazie" gli urlo rallentando un po' e sorridendo.
"Quannu passi, puru ca nun ci suntu, fermate e pròala"*
...il mio "va bene, grazie" lo lascia aggrappato alla pergola intento ad una mini vendemmia che sarà in tavola a mezzogiorno.

"Te ne nettu doi?"
Corro e corro. Una vecchia masseria sapientemente restaurata è al centro di una campagna rossa irrigata da piogge artificiali che bagnano anche la via. Le sfioro nell'illusione di un istantaneo refrigerio. Più avanti "Cummare Nina" chiude a chiave un cancello stringendo nella mano sinistra il manico di un secchio in plastica ricolmo di fichi d'India.
"Buongiorno"; la saluto affannata, inventandomi un sorriso che è quasi smorfia tra il sudore e la stanchezza.
"Ehi beddhra, a quai stai?"
e mi invita ad assaggiare i frutti spinosi:
" Te ne nettu doi? Su belle frische ca nu àe 'ncora scarfatu"
"No grazie", alzo la mano in cenno di saluto e corro oltre, verso casa.

"...e salutame sirata"
Corro e corro che son quasi a casa. Mèsciu Roccu, "mèsciu" come tutti gli artigiani maestri in qualcosa, ha una piccola officina nel terreno di sua proprietà che è già paese. Ogni mattina è lì ad armeggiare con qualche attrezzo o a fare lavoretti nei campi. Oggi raccoglie i fichi.
"Sta ccoju l'urtime fiche. Òi te ne porti doi a casa?"

"No, grazie" sussurro con un residuo di fiato, voltandomi correndo per un po' all'indietro, per ricambiare la cortesia di Mesciu Roccu con un minimo di considerazione.
"...e salutame sirata ca àe bbonu ca nu lu viciu"
Accenno un sì con la testa e riprendo la corsa per il giusto verso.
Corro e corro... e mi chiedo: perché d'estate in Salento crescono i frutti più calorici? E se piantassimo alberi d'ananas? 
spremuto da Rudiae· alle ore 14:42; permalink · commenti (63)

