Di partenze e di vernacolo
Sono partita, in direzione nord stavolta, la direzione del rientro dalle vacanze, la direzione dell'abbandono della mia terra. Contenti vero? Così la smetterò di raccontare di Salento, di mare cristallino, di cucina sublime, di pizzica, di cene con i parenti...
Son partita da tre giorni ormai, tre giorni eterni in cui non ho fatto altro che disfare le valigie e sistemare casa (la mia casa ha la strana propensione a sporcarsi da chiusa: quando mi assento per una mesata la polvere e le ragnatele diventano padroni indiscussi e al rientro mi tocca far capire loro chi comanda a suon di ramazza e mocio).
Ora che mi sento di nuovo la regina del mio territorio, tra i mobili che profumano di Pronto e i pavimenti che emanano dolci note di mughetto, ora che l'abbronzatura comincia a sgretolarsi con la mia pelle, ora che già un temporale con grandinata ha rimesso ordine in un'estate che volgeva al termine con ancora 40°... ora è l'ora di far i conti con Settembre che da sempre è tempo di buoni propositi.
Primo in ordine di necessità: la dieta, ma la comincerò quando avrò esaurito le scorte di cibo che mi son portata appresso (mozzarelle, ricotta, pane, pasticciotti, friselle, taralli, sott'olii vari...).
Secondo: controlli medici vari (ci vuole una messa a punto da cima a fondo... si comincia da domani).
Terzo: ultimare le letture cominciate e tuffarmi anima e corpo alla scoperta della poesia di un autore magliese secondo me un po' trascurato.
Ho estorto a mio zio Giovanni due libri:
"Oppressione e resistenza nei proverbi li lavoro salentini"
e
"Cronache e Paràbbule"
Il Prof. Nicola De Donno era il preside della mia scuola. Un uomo di profonda cultura e un esempio di integrità e semplicità. Un burbero in apparenza, ma solo perché il ruolo lo richiedeva. Una di quelle figure che nella vita ti sfiorano e di cui percepisci la grandezza da subito, ma che scopri in profondità solo dopo, nel tempo, proprio quando il tempo sublima la loro esistenza.
Ecco, voglio dedicarmi a lui in questo settembre; un modo modestissimo per ringraziarlo per ciò che ci ha lasciato e per approfondire la conoscenza della cultura del mio paese.
Per la dieta c'è tempo... (E poi perché? Le due cose non son mica incompatibili...! Peccato, non ho scuse...!)
*grazie di cuore a zio Giovanni, amico e collega dell'autore in questione, che ha avuto il "coraggio" di prestarmi la copia autografata del libro di poesie da cui è tratto ciò che segue (la scelta è stata quasi obbligata: Morigino è il mio paesello!)
SAN GIUVANNI DE MURÌCINU
Lu ventiquattru ggiugnu tutti l'anni
am paru cu ll'amici, bbelli rummi,
ne scîne coppe coppe a ssan Giuvanni,
pe vvera diuzzione de culummi.
Stu primu fruttu, quantu cchiùi ne ncummi,
poi durmire tranquillu, nu nc'è ddanni:
màssimu do' ttre ure, e poi lu scrummi,
e tutt'al più te càriane li sanni.
Murìcinu: ttre case e nnu lampiune,
e ccu nnu san Giuvanni esaggeratu,
nutu, cu dda lanata de muntune.
Nu Santu cusì ggrande a cquai è mminatu:
ca cce oi sse troa de vera tantazziune
a ccampagna, cce nc'ete de peccatu?
Il ventiquattro giugno tutti gli anni, / insieme con gli amici, bei tomi, / ce ne andavamo lemme lemme a San Giovanni, / per vera devozione dei fioroni. / Questo primo frutto, quanto più te ne accumoli, / puoi dormire tranquillo, non ci sono danni: / massimo due tre ore, e poi lo evacui, / e tutt'al più ti si cariano i denti. Morigino: tre case e un lampione, / e con un San Giovanni esagerato, / nudo, con quella lanata di montone. / Un Santo così grande qui è sprecato: / perché che vuoi che si trovi di vera tentazione / in campagna, quanto c'è di peccato?